Recensione di Les Fleurs du mal


Questa nuova recensione, a cura di Alessandra Micheli per il blog Les fleurs du mal, non è un’analisi punto per punto del testo ma una riflessione personale, e per altro da me condivisa, sui temi che emergono dalla storia di “Morte di Stato”. L’articolo di Alessandra cade durante i fatti di Macerata, da qui la decisione da parte sua di affrontare la recensione in maniera diversa per concentrarsi sugli episodi legati all’immigrazione e ai migranti, presenti nel libro. Ho apprezzato questa scelta, perché rende più veri i sentimenti e le reazioni che scaturiscono dagli eventi raccontati. Sul filo della fantapolitica, ma nati da spunti attuali e che rimangono attuali nel tempo, dal passato al futuro.

Vi consiglio di leggerla al seguente indirizzo.

In apertura, un breve estratto grafico composto da alcune delle frasi con le quali il recensore ha descritto o commentato il libro. Sullo sfondo, uno dei disegni presenti all’interno del libro, riprodotto parzialmente.

Di seguito si riporta integralmente la recensione.

Avvertenze.

Questa sarà una recensione fuori dai miei rigidi canoni oggettivi. Perché di fronte a un libro che parla di noi, della nostra società e del futuro che stiamo donando ai nostri figli, non si può restare indifferenti. Questo è un libro potente e importante, sicuramente scomodo, un pugno nello stomaco a tutti coloro che, senza accorgersene, vengono addormentati dai Media e delle notizie distorte. Vorrei davvero che provaste la stessa mia emozione, rabbia dolore e che possiate riconoscere gli stessi pericoli che stiamo vivendo. Quegli insiti nelle facili parole, nei piccoli dettagli, in una comunicazione che è totalmente patologia in ogni sua componente. Stiamo dividendo. Stiamo di nuovo creando una netta gerarchia, noi e loro. Ci stiamo di nuovo facendo possedere dagli stereotipi che divengono realtà e verità e non più semplici mezzi di comprensione. Di nuovo confondiamo la mappa con il territorio.

Svegliatevi.

Vi stanno ingannando, vi stanno rubando la coscienza.

E senza coscienza non sarete mai più liberi.

Alessandra Micheli

 

 

 

Scrivo questa recensione, proprio mentre a Macerata si compie un atroce ritorno al passato, un deja vu che non vorrei mai aver provato. E mi chiedo quanto il libro di Trasatti sia davvero fantapolitica. A me sembra un monito che avverta anime evolute a stare attenti, attenti alla faciloneria da stadio, alle soluzioni immediate alla costante, depravata creazione del nemico. E’ la civiltà occidentale che va difesa, urlano dal pulpito i politici di turno, adoranti dalla scintillante corazza del populismo.

Prima gli italiani degli immigrati!” si sente urlare con forza.

E gli altri?

Gli altri, beh pazienza. Sono solo scarti, gente senza volto, senza storia, solo nomi anzi privati anche di quello. Indicati con la provenienza come se essa fosse atta a descrivere l’interezza di un essere umano che è per sua natura sfuggevole e sfaccettato. Fa male sentire che per indicare il crimine si usa la provenienza, come se un Lombroso risorto avesse trovato il modo per dividere il sano dal marcio. Come se evidenziare che le caratteristiche fisiche o etniche determino la patologia nella mente che porta alla devianza e alla delinquenza.

E come non possono venirmi in mente i protocolli dei saggi di Sion?

Con posso non ricordare le orride vignette che misero alla berlina milioni di persone rei di avere una religione diversa?

Come non posso ricordare il dramma dei cagot?

Tutti colpevoli di essere diversi, diversi dal facile schema che consente all’uomo di restare fermo a venerare il dio della forma, perché la forma non cambia mai, resta sempre uguale e fedele a sé stessa. E’ la sostanza che simile a un vento sconvolge il nostro ambiente mentale, che erode montagne, che modifica il paesaggio. E la sostanza che muta, muta la nostra essenza di uomini, in un costante anelito all’evoluzione. Creare il nemico è il reiterare le comode abitudini, è il mantenere in vita un modello sociale anche quando questo è pieno di toppe, è agonizzante, un morto macilento che cammina. Creare il nemico è l’unico modo che ha una dittatura di sopravvivere.

Trasatti con penna crudele delinea una storia che rischia di essere il nostro domani. Ci racconta di un mondo orrorifico, dove l’Europa non è quel beato sogno partorito dalla mente dei grandi filosofi, ma è un abominio scaturito della più turpi passioni, dai più oscuri desideri. E’ un Europa dove la vita del singolo non conta se non in funzione della sua produttività, dove il risparmio e un finto benessere sono solo dei miraggi. Conta il potere, conta la scalata al successo, conta il controllo sociale effettuato tramite l’atroce legge che sancisce la morte di stato. Un cittadino, svuotato della sua importanza, diviene solo numero, solo oggetto e non più soggetto, da sfruttare fino alla fine, per poi gettarlo via, come un vecchio arnese oramai inutilizzabile. È la morte del singolo a favore di una volontà generale che si basa soltanto sull’elemento utilitaristico, non più sui valori etici come la creatività, l’esperienza, il rispetto totale della vita, l’impegno a un’esistenza ricca e soddisfacente. Non si cura il cittadino né a livello sanitario, né a livello umano, lo stato abbandona ciascuna componente a se stessa, la spersonalizza, la priva della sua umanità, la sfrutta. E per esercitare questo controllo attua una vera e propria de-sodalizzazione delle comunità che divengono isola a sé stanti, indipendenti una dall’altra. Si instaura il sospetto, si alimenta la paura dell’altro, si spezzetta un’unità in tanti piccoli frammenti dominabili e manipolabili tramite i mezzi di comunicazione di massa.

La comunità europea appare unita, non grazie alla comprensione di quanto cooperare sia importante, non sulla base di una forma mentis che fa delle teorie sistemiche, quelle che considera l’insieme delle varie componenti di un organismo ugualmente indispensabili l’una all’altra per sopravvivere. Non parla di cibernetica o di teoria batesoniana, ma di paura.

L’Europa si unisce perché ha paura. Paura dell’altro, paura di sé stessa, paura di quel mondo che crolla perché è necessario che si trasformi. In cambio del finto benessere chiede candidamente una semplice moneta: la coscienza. E cosi il disperato essere umano, quello che dio ha fatto cosi grande, più di angeli e stelle, perde un pezzo di sé e si aggrappa disperato al dio denaro, al dio che produce ma che non crea. L’Europa è solo un fantoccio per mantenere in vita l’interesse, l’unico che fa ancora muovere questi corpi stanchi. E per mantenersi allontana tutto ciò che minaccia questa perdita costante di coscienza, il diverso e quindi l’incontro con l’altro e la vecchiaia, quella parte tanto venerata da ogni cultura poiché custode e memoria di ogni tradizione, del bello come dell’orrore.

Ecco cosa ho letto. L’incubo e la probabilità di un mondo che si ripara dietro il populismo, dietro paroloni altisonanti, ma che perde memoria e identità.

 

«I nostri antenati hanno versato il loro sangue per combattere un nemico. Siete voi che non riuscite a vedere il nuovo nemico che ci invade, che ci attacca, che ci ruba ciò che abbiamo» disse una donna piazzatasi nei pressi della fontana. 

«Brava! Faglielo capire!» gridò qualcuno per supportarla.

«Signora, si è mai chiesta come ci vedevano in America ai tempi delle grandi emigrazioni di massa? La maggior parte degli italiani venivano sottoposti a rigidi controlli, emarginati nei bassifondi delle città, costretti a subire vessazioni. Col tempo le cose sono cambiate e si sono resi conto che la diversità era una risorsa immensa. Si rende conto che l’Europa, lei inclusa, sta facendo la stessa cosa agli immigrati mediorientali e africani? Forse peggio. E non si vergogna nemmeno un po’ per questo? Per stracciare secoli di globalizzazione che ci hanno aiutato a progredire nella cultura, nell’uso delle lingue e in mille altri campi?»

Come possiamo essere se non in rapporto allo specchio che l’altro è per noi?

 

«Loro ci rubano il lavoro! I soldi, imbecille!» tuonò qualcuno dalle ultime file del lato opposto. Quanti di voi dall’altra parte della piazza si metterebbero a fare un lavoro umile? Il muratore, lo spazzino e altri mestieri simili. Mal retribuito e con turni massacranti. Nessuno! Nessuno! Voi non lo fareste, non avreste nemmeno il coraggio perché vi farebbe schifo, vi farebbe pena, non ne avreste voglia. C’è gente molto più semplice e civile che lo fa al posto vostro o dei vostri figli e voi siete lì ad accusarli di rubare il lavoro.

E le case date a loro? Gli alberghi? Il salario minimo e tutta l’assistenza che hanno ricevuto nel decennio passato? I nostri poveri li hanno lasciati morire sotto i ponti! Sotto i ponti! È per questo che abbiamo dato una svolta alle nostre politiche europee. Per cambiare le priorità! Per dare un futuro ai nostri—»

«Ma quale futuro? Quale?» interruppe il ragazzo, con tono aspro. «Quello delle frontiere chiuse, dei mille muri alzati, del mancato scambio culturale, dello Stato che uccide delle persone pur di risparmiare? Si rende conto di quante cazzate sta dicendo? Ai suoi figli non sta dando nessun futuro, lei gli sta restituendo un brutto passato.

Come posso essere se non mi trasformo?

 

Sei davvero quell’uomo nuovo? Non cedere al male.»

Vedete il mio amato Bateson scoprì una grande verità. È la differenza, anzi il riconoscimento della differenza, che fa scattare la comunicazione. E quando io comunico, per forza apprendo e apprendendo mi modifico e con me modifico la realtà.

Ma senza l’alterità, senza i ricordi, uccidendo colui che non produce più, cosa mi resta?

Un essere che non è più umano ma un semplice meccanismo di una fabbrica che brandisce un finto progresso come stendardo. E invece promulga morte, morte di un uomo e la nascita di tanti tristi burattini.

Ecco cos’è morte di stato.

Il togliere quell’armonia al mondo che conosciamo, alla realtà in cui agiamo che diventa solo un vago eco, un lontano rimembrare di un dono perduto. Perdere la coscienza significa uccidere davvero noi stessi.

E si perde ogni qual volta che uccidiamo la compassione, che urliamo pieni di rabbia odio e vendetta. Che ci facciamo cambiare da quell’orrida figura ghignante del mostro che ha divorato lo stato.

 

Io non lascerò che la società mi cambi. Non lascerò che i sentimenti negativi prevalgano dentro di me. Devo dimostrare di saper donare il mio lato migliore anche nei momenti più difficili.

In questo libro lo stato non c’è più. Ha tradito la sua vera essenza. C’è una gerarchia, c’è un totalitarismo, che una distruzione continua, c’è la volontà di schiacciare l’uomo come se quegli arconti crudeli di gnostica memoria avessero finalmente trovato il modo per uccidere Dio. E Dio resta silenzioso a piangere per quelle sue creature, oramai bambole senza vita. Ma stavolta non ci saranno angeli a salvarci, perché l’unico vero angelo eravamo noi, così belli nella nostra imperfezione e cosi grandi in gesti improvvisi e dotati di poesia. Ecco che Trasatti all’improvviso si ribella. Non ci sta a vedere l’amata umanità uccidere il pensiero, uccidersi come un patetico e piccolo scarto. Rialzare la testa a dire no al sistema. Un solo gesto di compassione e di coraggio. Solo quello oggi può salvarci. Qualcuno che durante le moderne retate dica no. Consideri l’uomo non come numero, non lo rinchiuda in un aggettivo: italiano, siriano, nigeriano, islamico cristiano. Lo veneri come quella creatura capace di abbracciare paradiso e abisso dentro di sé. Quella dotata di ali così potenti da volare. E di staccarsi fiera dal suolo dove vogliono tenerci e far vedere che anche noi cosi imperfetti possiamo essere eroi:

 

Noi desideriamo risorgere. Desideriamo che i popoli siano liberi ed uniti sotto un’unica bandiera, quella della vera pace, non di quella che ci hanno ripetuto negli anni soltanto a parole o con cui credevamo di essere avvolti. E si accorgeranno soltanto più tardi di ciò a cui abbiamo dato inizio. Un niente oggi, tutto un domani: sarà la storia a porre il suo giudizio definitivo

Avrei davvero voluto recensire questo libro, parlandovi dell’Europa del nostro sogno di unità. Di quella bellezza creata nei secoli da chi voleva porre fine alla divisione tra poteri, uniti sotto la bandiera di una sola nazione e di un solo cuore. Avrei voluto parlarvi del bellissimo sogno di Wilson (un nuovo ordine mondiale basto sulla libera espressione dei popoli, ognuno portatore di una sua potenzialità). Ma ascolto la Tv e sento voci che sembrano uscite dall’incubo creato da Trasatti. Leggo i giornali e trovo solo inviti all’odio, all’egoismo, alla crudeltà. Vedo fratelli rifiutarsi di prendersi per mano, accaniti uno sulle posizioni dell’altro, negano che è il dolore che spinge le persone a lasciare i propri luoghi natii. Ma che è anche il coraggio di voler vedere il mondo, di confrontarsi con l’altro, di amalgamarsi e di fondersi per creare qualcosa di nuovo, che sia un sogno o una cultura. Vedo persone così convinte di avere un’identità da difendere da non rendersi conto di essere aggrappati a un’illusione. La cultura, la tradizione è il nostro quotidiano prodotto di quando siamo in costante contatto con la realtà. Vedo patrioti difendere la loro nazione uccidendo lentamente l’unica vera patria che abbiamo, questa terra che piange, macchiata dal sangue dei suoi figli.

 

Se non esistesse nessuna nazione?

Niente per cui uccidere o morire?

Solo la gente che vive in pace.

Un mondo in armonia.

Un sogno di cui un giorno, si spera, faranno tutti parte.

Il libro di Trasatti avrà vinto quando anche un solo uomo, alla domanda tu di che razza sei, risponderà:

 

sono di razza umana.

 

Quando amerà il tempo che passa e lo lascerà con orgoglio brillare nel volto, e i solchi sul nostro viso saranno la mappa del nostro passaggio lieve sulla terra.

Io vi invito a leggerlo, piangere e imparare grazie a Ruben Trasatti a osservare il mondo con occhi diversi:

 

«È la tua prova: sei ciò che dici di essere? Vuoi arrenderti in questo modo o vuoi dimostrare che nulla può cambiarti?»

Io non mi arrendo. E voi?

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